martedì 19 settembre 2017

Spaghetti al goulash di tonno




Un nuovo MTC, sulle paste di pesce. Questa volta proposto da Cristina, che di pesce ne sa più di Poseidone.
Burro e Miele ha deciso che per MTC a partire da questa puntata, presterà il blog a Micol, in modo che i suoi post possano essere letti in italiano e compresi da tutta la community.
Ecco qui la sua ricetta.

 All'inizio ero al punto di mollare.
La ragione è che la pasta non fa per niente parte del mio bagaglio culturale culinario e quando ho letto di mantecatura e di cremine mi sono lasciata spaventare.
Poi come sempre tutti gli articoli sempre ben spiegati della redazione del MTChallenge, sono riusciti a farmi cambiare idea. Sarà difficile, ho pensato, ma non impossibile. Magari è la volta che sbagliando, imparo. Sicuramente ho sbagliato qualcosa, ma almeno ho imparato una tecnica di cui non conoscevo neanche l'esistenza.

Non avendo dimestichezza con la cosa, ho deciso almeno di partire da un piatto tradizionale che invece conosco bene e adattarlo al tema marino e al regolamento della sfida. 
Il goulash, sì, ma di tonno. 
Non è facile trovare del tonno a New Delhi, ma succede che almeno quel giorno fosse quello fortunato e che una bella bestiola dalle pinne gialle fosse in bella vista dal pescivendolo preferito di Ele. "Yellowfin Tuna", ha detto Samuel, il pescivendolo, davanti ai miei increduli occhi.
Il goulash e la mia idea erano salvi.


Per spiegare le scelte degli ingredienti, parto dal concetto di Goulash. Innanzi tutto, il vero goulas ungherese (gulyàs leves) nasce come zuppa, non come stufato, per cui già sapevo che avrebbe dovuto essere sì liquido, ma non brodoso come l'originale.
Secondo punto. Il tonno. Quel filetto di tonno rosso che mi hanno preparato al mercato, era la cosa più simile in consistenza e colore alla carne di manzo che avrei usato in un goulash. Tuttavia, ho dovuto pensare al metodo di cottura, perchè non è un pesce che ha bisogno di cotture lunghe, pena che diventi stopposo e immangiabile.
Poi, non spaventatevi dell'enorme quantità di cipolla. Nel goulash tradizionale è di norma mettere lo stesso peso di cipolla e di carne e così ho fatto anche in questa versione di mare.
Per ultimo, i peperoni, le carote e le patate sono ingredienti indispensabili. Avevo in un momento pensato di togliere carote e patate da questa versione per non sconfinare nel mare e monti.
Avevo paura delle due Rambo con il mitra.😅
Alla fine ho voluto rispettare la tradizione, e ho solo ridotto le dosi di questi ultimi ingredienti.
Il fumetto, fatto di lische e teste di un pesce simile al branzino, è stato usato al posto del brodo che usualmente si mette nel Goulash. Il tonno, appena scottato a parte, è stato reincorporato al sugo al momento della mantecatura. Il vero sapore di mare lo ha dato il fumetto.

Ogni critica e consiglio sono, come sempre, i benvenuti.


Spaghetti al goulash di tonno 

Per 4-5 persone

per il fumetto
1 kg di teste e lische di pesce (sea bass)
15 g di burro
100 ml di vino bianco
1 porro affettato
1 cipolla affettata
1/2 cucchiaio di pepe nero in grani
qualche gambo di prezzemolo
1,5 litri d'acqua

per il goulash
olio extra vergine d'oliva
500 g di tonno
500 g di cipolla tritata
1 spicchio d'aglio, tritato
1 cucchiaio abbondante di paprika ungherese
1 peperone rosso, tritato
1 peperone verde, tritato
4 pomodori, spellati e tagliati a cubetti
1 carota di dimensioni medie, a fette sottili
1 patata di dimensioni medie, a cubetti
fumetto di pesce (circa 250-300 ml)
sale e pepe di mulinello

300 g di spaghetti



Prima di tutto, preparare il fumetto. Sciogliere il burro in una pentola capiente e versare teste e lische, mescolando in continuazione in modo da cuocerle senza farle troppo colorire. Aggiungere il resto degli ingredienti e coprire d'acqua. Lasciar cuocere scoperto 40 minuti a partire dall'ebollizione, togliendo con una schiumarola tutta la schiuma e le imporezze che verranno a galla. Filtrare e lasciarlo raffreddare. Una volta freddo, si può rimuovere eventualmente il grasso formato in superficie. 

Per il goulash:
Tagliare il tonno in piccoli pezzi di circa un cm.
In una padella grande, far scaldare l'olio e soffriggere le cipolle per 5-7 minuti a fuoco medio, fino a farle stufare e quasi dorare. Portare la padella fuori dal fuoco e aggiungere la paprika e mescolare. Questo farà sì che ne scaturisca tutto il suo aroma senza friggerla, altrimenti diventerà amara.
In un goulash tradizionale, in questo momento si aggiungerebbe la carne e l'aglio, ma nel rispetto di un pesce come il tonno, ho proceduto in maniera diversa.
Ho aggiunto l'aglio e un po' di fumetto, in modo da non bruciare la paprika. Ho riportato sul fuoco e ho aggiunto anche i peperoni e i pomodori e prolongato la cottura altri 5 minuti. Salato e pepato.
Nel mentre, in un'altra padella ho scottato i pezzetti di tonno, senza cuocerli e li ho messi da parte.
Ho aggiunto la carota e la patata alla padella del sugo di finto goulash, bagnato di nuovo con il fumetto e lasciato cuocere fino a cottura ultimata delle verdure, bagnando di tanto in tanto con un po' di fumetto per non far troppo asciugare questo sugo.



Intanto, in abbondante acqua salata, ho cotto la pasta, con i consigli trovati QUI, scolandola 5 minuti prima del tempo di cottura. In questo momento, ho aggiunto il tonno al sugo, perchè si finisse di cuocere durante il tempo di mantecatura. Per la mantecatura, è tutto spiegato benissimo QUI.

fase di mantecatura, appannata dai vapori😄


Con questa ricetta Micol partecipa al MTC #67.



lunedì 18 settembre 2017

Dal Costa Rica, il flan de coco







Se mi chiedessero qual è il dolce più tipico del Costa Rica, senza dubbio risponderei il flan de coco. Anche se in realtà non lo è.
Il flan de coco però è il più comune dei dessert, quello che non manca mai in un ristorante tipico costaricano, in qualsiasi regione si visiti.
Certamente moltissimi dolci antichi a base di mais sono molto più costaricani di questo arrivato sulle navi dei colonizzatori spagnoli, ma come in altre parti del mondo qui è stato adottato e reso proprio. Non importa se sei su una spiaggia del pacifico, o nella capitale a 1200 metri di altezza, o sotto le palme del lato Caraibico, lui sarà sempre presente nelle case e nei ristoranti. 
Di tutti i flan del mondo che le Voci degli Altri del Calendario del Cibo Italiano vi presentano oggi, il flan de coco costaricano è sicuramente il più rustico, meno appariscente e probabilmente anche il più facile da fare. 
Nei paesi tropicali come il Costa Rica, il flan portato dagli spagnoli ha avuto una trasformazione nei suoi ingredienti di base. L'arrivo dei latti concentrati, zuccherati e non, ha risolto il problema della distribuzione e conservazione del latte fresco nelle zone più calde dell'America Latina. In seguito, questa nuova maniera di fare è stata adottata dal Messico fino al Cile e un flan fatto a base di latte fresco è diventata una rarità.
Se volete conoscere i vari volti e le storie dei flan intorno al mondo, vi invito la lettura di questo post, e poi a tornare qui, se questa ricetta vi entusiasma.


Flan de coco Costaricano

 per il flan
 6 uova intere
 1 lattina di latte condensato zuccherato
1 lattina di latte condensato non zuccherato (latte evaporato)
1 pizzico di sale
la polpa di 1 noce di cocco, grattuggiata

per il caramello 
100 g di zucchero di canna grezzo
250 ml di acqua

Preriscaldare il forno a 180°C
Per il caramello, mettere in un pentolino zucchero e acqua e far bollire cinque minuti, fino ad avere un composto ambrato e la consistenza di un caramello molto leggero. Versare il caramello ottenuto sul fondo dello stampo o degli stampi individuali in cui si cuocerà il flan.
A parte, sbattere le uova fino a che formino una spuma densa, aggiungere il contenuto delle due lattine e il pizzico di sale e mescolare bene. Quindi, aggiungere il cocco grattuggiato. 
Versare il composto negli stampi (o stampo) con il caramello e cuocere a bagno maria in forno per 45 minuti o un'ora. Il tempo varia a seconda del forno e, logicamente, dalla grandezza degli stampi scelti.
Io l'ho fatto in unicos stampo rettangolare, alla maniera più tipica costaricana, che poi si taglia a quadrotti e si serve con il caramello ripreso dal fondo.














lunedì 4 settembre 2017

Il migliaccio napoletano. Amici che vanno, amici che vengono.







Nell'incerta e traballante vita di un expat, da giugno ad agosto sono i mesi dei saluti, delle inesorabili separazioni da quelle persone che hai conosciuto e che sono entrate un po' più profondamente nella tua vita, volente o nolente. 
Quando vivi fuori, gli amici e conoscenti vanno e vengono, pochi si fermano per sempre nel tuo cuore. Ci si fa l'abitudine e, almeno io, ho imparato a mettere un'armatura e a cercare di affezionarmi poco. Non sempre ci si riesce.
Quest'anno ho salutato Nuria, colei che aveva cambiato del tutto la mia vita a Delhi, presentandomi al gruppo di pazze scatenate di lingua spagnola che sono diventate il centro di quasi ogni attività, scorribanda e soluzione a problemi quotidiani. Ti serve un idraulico, un medico, un prodotto o un qualsivoglia consiglio? Chiedi a loro, in pochi minuti il tam tam si attiva e avrai ciò che cerchi nella giungla di New Delhi. E se per caso stai male, non dubitare che qualcuno verrà a trovarti, o ti offrirà aiuto per qualsiasi cosa o un gran cerchio di preghiere e pensieri posistivi si strinerà intorno a te.
Con Nuria si era istaurato un bellissimo rapporto di stima e fiducia reciproche, cosa che non mi accade spesso, perchè per autoprotezione tendo a ergere muri tra me e la gente.
Ammetto che quando l'ho salutata, qualche lacrima è caduta, ma ormai ci ho fatto l'abitudine. Rimane il contatto su facebook e la promessa di rivedersi a Madrid.

Poi è toccato a Lolo.
Lolo ha quasi otto anni e non ha difese o muri, ma come me alla stessa età e ancora oggi, ha estrema difficoltà a istaurare rapporti più profondi di un "ciao come va" detto nel corridoio della scuola. La spiegazione è che lui ha paura dell'abbandono e della separazione, per un trauma durissimo avuto tre anni fa, che ancora lo blocca affettivamente.
Durante l'ultimo anno scolastico, però, aveva creato piano piano, poco a poco, un gran legame con George, un suo compagno di classe. Negli ultimi mesi George e Lolo si vedevano tutti i giorni, dormivano a turno a l'uno a casa dell'altro, noi lo avevamo quasi adottato e il loro rapporto era simile a quello di due fratelli inseparabili.
George e Lolo si sono salutati sulla porta di casa mercoledì scorso con un lungo, silenzioso e commovente abbraccio. 
-Non voglio avere più amici- è la frase che ha detto, una volta chiusa la porta.
-Ma Lolo, gli amici vanno e vengono e poi si rincontrano. Basta solo matenere i contatti.
Silenzio. Gli occhi neri, l'espressione di finto arrabbiato di chi dentro soffre.

Oggi 4 settembre, un nuovo anno scolastico comincia. Tra i ricordi di chi è partito, la curiosità verso chi è arrivato e il bentrovato a chi rimane.
Sono sicura che prima o poi spunterà un nuovo amico che condividerà con noi la cena del venerdì sera, molti pomeriggi e altre avventure.

Arriverà il giorno in cui sarà il nostro turno di partire. E ricominciare da zero chissà dove. Altri posti, altre persone, nuove valigie, arrivi e partenze.
A volte pesno che la vita sedentaria è più facile di quella da "nomadi", almeno in quanto a stabilità affettiva. 
Mi chiedo spesso come sarebbe la mia vita se non mi fossi mai allontanata dall'Italia.
Mi rispondo da sola, con un sorriso. Senza le esperienze vissute e persone che sono arrivate e poi partite, senza averle mai incrociate nella vita, non sarei quello che sono oggi, malgrado le lacrime e i muri.

L'Italia posso sempre portarla con me, ricreandone i sapori in cucina, per esempio.
Come questo Migliaccio napoletano, con la ricetta di papà.

Per la Giornata Nazionale del Semolino, sul Calendario del Cibo Italiano.





Il Migliaccio Napoletano

 Il Migliaccio, detto anche torta di Semolino o Sfogliata, è un dolce tipico campano, che tradizionalmente si preparara a Carnevale. In origine, era un pane rustico che si preparava con farina di miglio grezzo e sangue di maiale, ingredienti poverissimi che servivano come carburante ai contadini per sopportare il lavoro nelle campagne.
Alla fine del '700 il sangue di maiale fu sostituito dallo zucchero e dalla cannella o bucce di agrumi, il miglio dal semolino, e il Migliaccio si trasformò nel dolce tipico e semplice che conosciamo oggi. 
Con il tempo, la ricetta è ulteriormente cambiata e le versioni più moderne contengono anche la ricotta e a volte il cedro candito, in un impasto che ricorda molto il ripieno della pastiera o delle sfogliatelle.
Questa che segue è la ricetta di casa, che ha come aggiunta l'uva passa, ma è priva di ricotta.


Per uno stampo di 20 cm

100 g di semolino
500 ml d'acqua
100 g di zucchero semolato
2 uova
buccia grattuggiata di mezzo limone
buccia grattuggiata di mezza arancia
latte, quanto basta
una manciata abbondante di uva passa
zucchero a velo, a piacere 




Portare l'acqua a ebollizione e versarvi il semolino a pioggia. Cuocere per cinque minuti mescolando continuamente, poi, versare il semolino in una ciotola e lasciarlo raffreddare, mescolandolo di tanto in tanto.
Una volta raffreddato, aggiungere le uova, uno ad uno, lo zucchero, le bucce di limone e arancia e quanto latte sia necessario per ottenere una consistenza morbida, come una crema pasticciera molto soda. Aggiungere l'uvetta e amalgamare.
Imburrare e infarinare uno stampo e versarvi il composto.
Cuocere in forno già caldo a 180°C per un'ora o fino a doratura.
Lasciar raffreddare, sformare e spolverizzare con zucchero a velo.



giovedì 24 agosto 2017

Torta di grano saraceno, con mele e pere





Mi rendo conto che è un po' fuori stagione, per voi.
Qui, invece, pere e mele coltivate in India stanno tornando nel loro splendore con tutto il loro zuccherino sapore. Succede giusto alla fine della stagione del mango, quando i manghi tardivi cominciano a sparire, mele e pere appaiono sui banchi dei venditori ambulanti con le loro carrette colorate da frutta e verdura.
Mentre nei mercati frequentati da expat si trova quasi sempre tutto in qualsiasi momento dell'anno, gli ambulanti sono più affidabili. Se vuoi sapere cosa è davvero di stagione, devi guardare le loro carrette.

Questa è una ricetta semplicissima a cui tengo moltissimo.
Viene dal diario di Sarah, che in questi ultimi tempi di riposo forzato ho ripreso a leggere, un po' in cerca di risposte a domande che mi assillano, e un po' per farlo in un modo diverso, visto che ormai i personaggi che lo popolano li conosco praticamente tutti.
Non so se condividerò mai i suoi testi, gli ultimi anni della sua vita, ma sì le sue ricette, perchè sono sicura che anche lei lo avrebbe fatto.




Torta di grano saraceno, con mele e pere

Per una torta quadrata, di 23 cm di lato

4 uova
100 g di zucchero integrale
180 g di farina di grano saraceno
2 cucchiaini di lievito in polvere
1 cucchiaino di cannella
50 g di olio vegetale
2 pere
2 mele

Preriscaldare il forno a 180°C
Sbattere le uova e lo zucchero insieme fino a sciogliere completamente lo zucchero e ottenere un composto liscio. Poi, incorporare poco a poco la farina, il lievito, la cannella e poi l'olio. Amalgamare bene.
Sbucciare le mele e pere, privarle di semi e torsolo e poi tagliarle a cubetti. Incorporare i pezzetti di frutta alla pasta e quindi versare il tutto in uno stampo quadrato imburrato e infarinato.
Infornare per circa 25 minuti.






Scusatemi sempre dei post brevi, sto appena cercando di rimettermi in forma. Sappiate che tornerò presto, con gli stessi modi di prima, a raccontarvi di me, dell'India e dei pensieri sparsi.
Ma a questa giornata del Calendario del Cibo Italiano volevo assolutamente partecipare.


sabato 5 agosto 2017

Cartoccio di pesche, alla vaniglia e pistacchio




Un post tutto mio, una ricetta tutta mia su questo blog. Non so da quanto tempo non succedeva. Spero che ricominci a succedere più spesso, a volte ho la sensazione di aver perso un anno della mia vita, e di ritrovarmi un po' persa, alla fine di un lungo letargo.

La giornata di oggi, sul Calendario del Cibo Italiano è proprio la mia. Non potevo non farne parte.
Non solo il Cartoccio è una tecnica di cottura che uso spessissimo e che mi risolve una cena in poco tempo, ma anche perchè in questo momento la tecnica mi rispecchia.

Perchè mi sento ancora un po' cotta e accartocciata.
Il socio dice che la sua trottola preferita sta cominciando timidamente a girare di nuovo, e, come al solito, ha ragione. Piano piano riprendo anche possesso della mia cucina, le idee si rischiarano dalla nebbia e qualche ricetta ricomincia a prendere forma.
Come questa.

Molto semplice. Un cartoccio di pesche. Con ingredienti di qui e di lì.
Ho scelto le pesche perchè è l'ultimo frutto che le stagioni indiane e italiane hanno in comune in questo momento. E il pistacchio, lui, è sia di qui, che di lì.
Post molto corto, anche la voglia di scrivere tornerà. Ma volevo esserci.





Cartoccio di pesche, alla vaniglia e pistacchio


Per 4 persone

4 pesche
500 ml di acqua
100 g di zucchero semolato
il succo di un limone
4 cucchiai di pistacchi polverizzati
40 g di zucchero grezzo 
2 bacche di vaniglia 

50 g di burro
una manciata di pistacchi al naturale non tostati, tritati grossolanamente




Con 100 grammi di zucchero, il succo di limone e mezzo litro d'acqua, ho fatto uno sciroppo leggero, semplicemente arrivando a bollore. In questo sciroppo, ho immerso le pesche, sbucciate, snocciolate e tagliate a metà e ho cotto per cinque minuti, abbassando il fuoco al minimo, impedendo allo sciroppo di continuare a bollire.
In seguito, le ho fatte sgocciolare e poi tagliate in quarti.
Ho mescolato la polvere di pistacchio con lo zucchero grezzo e poi, ho grattato i semini delle bacche di vaniglia dentro questo composto.
Ho tagliato quattro quadrati di carta forno, ci ho adagiato le pesche e ho cosparso la polvere di pistacchio, zucchero e vaniglia su di esse. Alla fine, ho cosparso anche il burro a fiocchi la granella di pistacchio, chiuso i cartocci e infornato in forno già caldo a 180° per 10 minuti.
La granella si può anche mettere alla fine, quando si aprono per gustarli, ma in questo caso va tostata.
Sono meravigliosi accompagnati da una buona crema inglese o un gelato alla vaniglia, ma anche da soli.




sabato 8 luglio 2017

L' Insalata di Riso: tutto quello che volevate sapere




Di Michael (e Lolo)

È la giornata dell'insalata di riso e di pasta, sul Calendario del Cibo Italiano!

Per me l'insalata di riso è un momento divertente.
 In genere, il week end, con Lolo apriamo il frigo e vediamo cosa c'è da mettere nell'insalata di riso rituale. È un momento nostro, in cui il resto del mondo rimane fuori dalla cucina e lui impara su ingredienti, sapori, accostamenti e piccole nozioni di sicurezza alimentare a sua portata di comprensione. Insomma, ci divertiamo.
Abbiamo testato così tante combinazioni di ingredienti e di risi, che ormai dare una ricetta è un po' difficile. 
E in realtà una ricetta non esiste, perché con buon gusto e inventiva ogni volta può essere diversa.

L'insalata di riso è un classico dell'estate in tutte le tavole italiane e del mondo intero.
È versatile, facilmente trasportabile altrove, per un pic-nic o un pranzo sulla spiaggia e, soprattutto, è facilmente personalizzabile. In più, altro punto a suo favore, è che è rapida da fare e facile, seguendo alcune accortezze.

Cominciamo dal tipo di riso. Serve un riso che tenga la cottura. Non ne sono un entusiasta, ma in questo caso, il parboiled è una delle migliori scelte, insieme al Ribe, il Roma, ma anche il rosso e il venere e i risi integrali possono essere usati con successo. In ultima istanza, si può usare un arborio cotto più che al dente, come nel nostro caso, in mancanza di altro.

E come lo cuociamo, questo riso? Due sono le alternative. La più classica è bollirlo in abbondante acqua leggermente salata e scolarlo quando è al dente. La seconda è cuocerlo per assorbimento: il riso si mette in pentola con un certo volume di acqua, il quale dipende dalla qualità del medesimo e si lascia evaporare fino a cottura ultimata. È un metodo rischioso se non si conosce bene la natura del riso che si è scelto di usare, poiché si rischia un riso crudo, o una massa informe.
E poi?
Non cadete in tentazione di raffreddare il vostro riso sotto l'acqua corrente. A parte che per noi a New Delhi sarebbe un suicidio, raffreddare riso in questo modo provoca che parte del sapore, della consistenza e della capacità di assorbire i sapori, scivoli via nello scarico del lavandino.
Una volta scolato il riso, va condito con un filo d'olio e messo su un panno da cucina, sparpagliato con le mani e lasciato raffreddare e asciugare. In questo modo, si ottiene anche che i chicchi siano separati.
E adesso? Che ci metto? 
Quello che vi detta la fantasia, quello che avete in frigo, quello che vi va, in riassunto ma con alcuni limiti e consigli.
Evitate i preparati già pronti. Tutto fresco è meglio. Ne guadagna il palato e credetemi, alla lunga alche il portafoglio.

Qualche idea:

Formaggi: meglio quelli a pasta molle, mediamente stagionati. Tipo fontina, provola, scamorza, asiago.

Salumi: via libera a prosciutto cotto, crudo, bresaola, ecc

Verdure: cotte e crude, grigliate o lessate, potete sbizzarrirvi come volete. Siate inventivi e colorati, ma con un occhio di riguardo agli abbinamenti.

Sott'olio e sott'aceto: a volontà. E anche olive, nere o verdi, Taggiasche o di Gaeta, fate voi.

Carni e pesci. Petto di pollo o di tacchino precedentemente grigliato, tagliato a cubetti o a straccetti. E frutti di mare, calamari, gamberi, mazzancolle, il salmone e, ovviamente, il classicissimo tonno sott'olio.

Importante: il condimento va aggiunto quando il riso è completamente freddo e ognuno degli ingredienti anche. 



Cosa ci abbiamo messo stavolta Lolo ed io:

Abbiamo contato circa 50 grammi di riso per persona, lessato al dente. 
Per il resto, non abbiamo pesato niente, come al solito.
Ci sono pomodori, maturi e profumati, lavati e sbucciati e poi tagliati grossolanamente.
Ci sono peperoni di tre colori, rossi, verdi e gialli, arrostiti, spellati, tagliati a pezzi e lasciati raffreddare. C'è l'immancabile tonno, senza il quale il mio piccolo aiutante non concepisce un'insalata di riso :)) e infine ci sono le olive. Il tutto è condito in maniera classica, con olio extra vergine d'oliva, sale e foglioline di basilico.








lunedì 27 marzo 2017

La nostra Tarte au Chocolat, per il club del 27




"Nostra" si fa per dire.
In realtà l'ha fatta il dottore lui da solo partendo da questa ricetta, per il Club del 27.

Il magnifico banner della nostra Franci


Sono impegnatissima ultimamente.
Presissima in un progetto grande e bellissimo a cui dedico tutto il tempo e l'energia che ho, ma che sono sicura mi darà enormi soddisfazioni. Ve ne parlerò più in là, perchè sempre di cucina si tratta, ma ancora non è tempo.

Questo club del 27, mi sa che dobbiamo passare, ho detto al socio, sommersa tra libri, in andirivieni tra computer, fogli sparsi, cucina e storie di un ordinario quotidiano da gestire.
Ma per lui il verbo passare non esiste, a meno che non riguardi le verdure.

Per farla breve, il compromesso è stato: lui fa la tarte au chocolat, io scrivo il post.
Avrei dovuto però immaginare il disastro. :)
Mettete il dottore a fare il confit de canard, le terrine, i paté, i fondi bruni e fondi bianchi, le salse più complicate, gli arrosti perfetti, ma non chiedetegli di fare un dolce da solo. I dolci non sono nelle sue corde e la pazienza, la precisione e i gesti calmi che ha normalmente in cucina, si perdono nel vuoto. 

Ma come sempre e non solo per questo, ho solo da ringraziarlo, anche se, concentrata nella scrittura di qualcosa di importante, un urlo dalla cucina mi ha scossa:
Eleeeeeeee!!!! vieni a vedereee! Aiutooooo!!!

Praticamente all'aggiungere la panna al cioccolato si è smontato tutto, si è separato il burro di cacao dal resto e la ganache che doveva essere liscia e setosa e pure brillante, è diventata un ammasso colloso, separato dai grassi. Ci è voluta quasi un'ora della sua proverbiale pazienza, armato di frullatore a immersione per recuperarla.
Infine, gusto buono, e buona consistenza malgrado la scelta di uno stampo troppo piccolo, ma una ganache opaca, direi inguardabile :)

Ma in fin dei conti, come farei senza di lui?


Tarte au chocolat

per la sablée alle mandorle

120 g di burro
2 g di sale fino
90 g di zucchero a velo
15 g di farina di mandorle
1 uovo
240 g di farina

Per la ganache:

350 g di cioccolato fondente 70% cacao 
250 g di panna fresca
1 cucchiaio di miele
50 g di burro




Mescolate il burro ammorbidito tagliato a cubetti con il sale, 60 g della farina, lo zucchero, la farina di mandorle e l'uovo. Quando tutti questi ingredienti saranno ben mescolati, aggiungete il resto della farina e lavoratela fino ad avere una pasta che si formerà in una palla liscia.
tra due fogli di carta forno, stendete la pasta e mettela a riposare in congelatore per 30 minuti.
(primo errore:scegliere uno stampo da 20 cm, ce ne sarebbero voluti almeno 23)
Dopo questo riposo, foderare con la pasta uno stampo da crostata iburrato e rimettetelo in congelatore.
Scaldare il forno a 160°
Infornare la pasta per 20 minuti, o fino a che sia ben dorata.
Intanto, preparare la ganache.
Sciogliere to il cioccolato a bagno maria e scaldare la panna insieme al miele.
Unire i due composti e mescolate con una spatola.

Una volta che il composto ha raggiunto i 35°C, unire il burro a pezzetti.

Sfornare il guscio di frolla, lasciarlo raffreddare e versare la ganache. Aspettare che raffreddi un pochino e metterla in frigorifero il tempo necessario per farla rapprendere e reffreddare completamente.